Dr. José Luis Marín
Ci sono esperienze che appartengono al passato, ma che continuano ad agire nel presente.
Non sempre ciò che abbiamo vissuto può essere raccontato. Non sempre può essere compreso nel momento in cui accade. Soprattutto nell’infanzia, quando ancora non possediamo gli strumenti necessari per dare un significato a ciò che viviamo.
Quello che non può essere elaborato attraverso la parola e la relazione può rimanere inscritto nelle nostre modalità di reagire, nelle emozioni, nei comportamenti e nel corpo.
È da questa prospettiva che José Luis Marín affronta il tema del trauma: non soltanto come evento eccezionale, ma come esperienza capace di modificare il modo in cui una persona costruisce se stessa, vive le relazioni e risponde al mondo.
Attaccamento, trauma infantile, memoria implicita, somatizzazione, ansia, depressione e sintomo corporeo vengono così letti all’interno di una stessa storia.
Il problema non è soltanto ciò che è accaduto.
È anche ciò che non ha potuto essere raccontato, riconosciuto ed elaborato.
Nei cinque video che seguono, Marín sviluppa progressivamente questa prospettiva, partendo dal trauma e arrivando al rapporto tra corpo, malattia, stile di vita e psicoterapia.
Il filo conduttore è una domanda semplice, ma clinicamente fondamentale:
che cosa sta cercando di comunicare il sintomo?
E, soprattutto:
che cosa accade quando una persona finalmente trova qualcuno disposto ad ascoltare quella storia?
Video 1 — Ansia, depressione e trauma: le chiavi cliniche
Il punto di partenza di Marín è una critica al modo abituale con cui vengono interpretati molti disturbi psicologici. Ansia, depressione, ADHD, disturbi di personalità, fibromialgia e altri quadri vengono spesso trattati come se fossero entità separate, ciascuna con la propria diagnosi e il proprio trattamento. Ma dietro il sintomo può esserci una storia molto più complessa.
Per Marín, la domanda clinica fondamentale non dovrebbe essere soltanto «Che diagnosi ha questa persona?», ma soprattutto «Che cosa è successo nella vita di questa persona?»
Il sintomo non nasce necessariamente dal nulla. Può rappresentare la conseguenza di esperienze che il soggetto non è riuscito a elaborare. Per questo l’esplorazione della storia personale, delle relazioni, dell’attaccamento e delle esperienze traumatiche non dovrebbe essere considerata un elemento opzionale della psicoterapia. Se non si cerca ciò che sta alla base della sofferenza, si rischia di intervenire soltanto sulla sua manifestazione.
Marín insiste quindi sulla differenza tra trattare il sintomo e comprendere la persona. Un farmaco può ridurre l’ansia, un intervento può modificare un comportamento, una tecnica psicoterapeutica può essere utile, ma nessuno di questi strumenti sostituisce la comprensione della storia individuale.
Da qui nasce anche la metafora della ferita e della cicatrice: la psicoterapia non dovrebbe limitarsi a coprire una ferita ancora aperta. Deve permettere alla persona di integrare ciò che è accaduto, trasformando progressivamente quella esperienza in una parte della propria storia che possa essere ricordata senza continuare a determinare il presente.
Il trauma, quindi, non viene presentato soltanto come un evento eccezionale. Può essere anche il risultato di esperienze relazionali ripetute, di trascuratezza, di abbandono, di mancanza di protezione o di esperienze che il bambino non aveva gli strumenti per comprendere e affrontare.
La conseguenza clinica è importante: prima della diagnosi viene la biografia.
Video 2 — Il trauma nell’infanzia
Nella seconda parte il centro dell’attenzione si sposta sull’infanzia. Il bambino dipende completamente dalle figure che si prendono cura di lui e, proprio per questo, le esperienze vissute nei primi anni possono avere conseguenze profonde sul modo in cui successivamente percepirà se stesso, gli altri e il mondo.
Un bambino non può semplicemente allontanarsi da una relazione che lo danneggia. Non può dire: «Questa situazione non mi fa bene, quindi me ne vado». Dipende dalle persone che dovrebbero proteggerlo. Se quelle stesse persone sono fonte di paura, trascuratezza, imprevedibilità o mancata sintonizzazione, il bambino deve trovare comunque un modo per adattarsi.
È qui che il trauma infantile assume una caratteristica particolare. Il bambino non dispone ancora delle capacità cognitive ed emotive necessarie per elaborare ciò che sta accadendo. L’esperienza può quindi diventare parte del modo stesso in cui costruisce la propria identità.
Se un bambino non riceve attenzione, protezione o affetto sufficienti, può arrivare a una conclusione implicita: non sono importante, non sono amabile, c’è qualcosa che non va in me.
Questa convinzione non viene necessariamente formulata con le parole. Può diventare una modalità automatica di percepire se stesso e le proprie relazioni.
Il problema è che ciò che nasce come adattamento durante l’infanzia può continuare a funzionare anche quando non è più necessario. L’adulto può continuare a reagire alla paura, all’abbandono o al rifiuto come se si trovasse ancora nella situazione originaria.
Marín collega questo processo anche allo sviluppo dei disturbi psicologici. Ansia, depressione, dipendenze, disturbi gravi e altre manifestazioni possono essere comprese, almeno in alcuni casi, come espressioni successive di una storia nella quale il sistema della persona ha dovuto adattarsi precocemente a condizioni difficili.
Questo non significa ridurre ogni disturbo a un trauma infantile. Significa, piuttosto, non dimenticare la storia del soggetto quando osserviamo il sintomo.
La seconda parte introduce inoltre il rapporto tra trauma, stress prolungato, sistema immunitario e infiammazione, cercando di superare una separazione rigida tra mente e corpo. La sofferenza psicologica non viene quindi considerata qualcosa che riguarda esclusivamente la «mente»: l’esperienza protratta dello stress può avere conseguenze sull’intero organismo.
Video 3 — La verità nascosta del trauma
Qui il discorso diventa particolarmente centrato sul rapporto tra trauma, attaccamento, somatizzazione e corpo.
Il trauma relazionale precoce può verificarsi all’interno della relazione stessa dalla quale il bambino dipende. Non è necessario che ci siano violenze fisiche evidenti. Può esserci anche una mancata sintonizzazione: il bambino ha bisogno di qualcosa e la figura di attaccamento risponde con qualcos’altro.
Marín utilizza un’immagine molto efficace: «Io ho bisogno di un abbraccio e mio padre mi regala un iPhone».
Il regalo può esserci. Le necessità materiali possono essere soddisfatte. Ma non è stata soddisfatta la necessità emotiva.
Questa mancanza di sintonizzazione può essere molto difficile da riconoscere perché, guardando dall’esterno, l’infanzia può sembrare normale. «Non mi hanno mai picchiato, avevo da mangiare, avevo una casa». Ma il problema può trovarsi proprio in ciò che non c’è stato: lo sguardo, il contatto, la presenza, la capacità di riconoscere e regolare gli stati emotivi del bambino.
Per Marín, l’attaccamento rappresenta quindi una delle chiavi fondamentali per comprendere la successiva organizzazione della persona.
Ci costruiamo nella relazione.
E se qualcosa si rompe nella relazione, la riparazione dovrà avvenire nuovamente nella relazione.
Da qui deriva anche l’importanza della psicoterapia come esperienza relazionale correttiva.
Un altro concetto fondamentale è quello del silenzio. L’esperienza traumatica può diventare particolarmente distruttiva quando non può essere raccontata, condivisa o riconosciuta. Ciò che non può essere elaborato attraverso la parola può continuare a essere presente attraverso il corpo, le emozioni e i comportamenti.
È qui che Marín introduce il problema della somatizzazione. Il corpo può diventare il luogo nel quale si manifesta una sofferenza che non ha trovato altre possibilità di espressione.
Questo non significa che il sintomo sia inventato o immaginario. Al contrario: il dolore è reale. La persona non sta fingendo. Il problema è comprendere che cosa quel sintomo sta cercando di comunicare.
Per questo, davanti al paziente che continua a presentare sintomi diversi e a rivolgersi a specialisti diversi, la domanda non dovrebbe essere semplicemente «Qual è la nuova diagnosi?», ma anche: «Che cosa sta cercando di comunicare questa persona attraverso il proprio corpo?»
Il corpo, in questa prospettiva, non è il nemico da combattere.
Il corpo conserva la storia.
Video 4 — Trauma e sintomo: quando il corpo ricorda ciò che la mente non ricorda
La quarta parte approfondisce il rapporto tra trauma e memoria.
Una delle idee centrali è che non tutta la memoria è narrativa. Una persona può non ricordare chiaramente un’esperienza e, nello stesso tempo, manifestarne ancora gli effetti attraverso il corpo, le emozioni, le reazioni automatiche e il comportamento.
È il concetto di memoria implicita.
Il corpo può reagire prima ancora che la persona abbia compreso ciò che sta accadendo. Un determinato tono di voce, una situazione relazionale, un gesto o un contesto possono attivare una risposta di paura, fuga, blocco o allerta senza che il soggetto sappia immediatamente perché.
Per questo il presente può essere vissuto attraverso il passato.
La situazione attuale magari non è realmente pericolosa, ma il sistema nervoso reagisce come se lo fosse. Il capo che chiama nel proprio ufficio può diventare, per esempio, inconsciamente associato alla figura genitoriale che rimproverava il bambino. Una porta che si apre può evocare una situazione antica di pericolo. Una relazione affettiva può riattivare la paura dell’abbandono.
La persona non sta necessariamente scegliendo quella reazione.
Il sistema ha imparato quella risposta.
Ed è proprio qui che diventa importante il concetto di dissociazione. Alcune esperienze possono essere talmente difficili da integrare che vengono mantenute separate dalla coscienza ordinaria. Non significa che siano scomparse: continuano ad avere effetti.
Il sintomo corporeo può quindi essere considerato come una delle possibili espressioni di una memoria che non è stata completamente integrata.
La terapia deve allora creare le condizioni perché ciò che è rimasto separato possa progressivamente essere riconosciuto e integrato. Ma questo non significa forzare il paziente a ricordare. Significa creare una relazione sufficientemente sicura perché possa entrare in contatto con ciò che è possibile elaborare.
Ed è qui che torna il concetto fondamentale della base sicura.
Il terapeuta non deve semplicemente interpretare il sintomo. Deve creare una relazione nella quale il paziente possa sperimentare qualcosa di diverso da ciò che ha vissuto originariamente.
La relazione terapeutica diventa così un’esperienza nuova attraverso la quale il sistema può imparare che il presente non è necessariamente uguale al passato.
Video 5 — La psicoterapia del trauma
Nell’ultima parte Marín passa maggiormente dal problema all’intervento.
Se il trauma non può essere semplicemente cancellato, che cosa possiamo fare?
La risposta non è eliminare il passato. Il passato non può essere cambiato. Possiamo però modificare il rapporto che la persona ha con ciò che è accaduto e, soprattutto, possiamo modificare il modo in cui quella storia continua a determinare il presente.
La psicoterapia deve quindi permettere di raccontare, comprendere, sentire e integrare l’esperienza.
Ma questo non significa che tutto debba essere affrontato immediatamente. Il primo compito è costruire sicurezza. Prima viene la relazione terapeutica, poi il lavoro sul trauma.
Marín insiste anche sull’importanza di non separare il lavoro psicologico dal corpo. Il sonno, l’alimentazione, il movimento, l’attività fisica, l’esposizione alla luce naturale e le abitudini quotidiane fanno parte del processo terapeutico.
Se una persona dorme male, vive in uno stato continuo di attivazione, mangia male e non si muove, non possiamo comportarci come se il cervello fosse separato dal resto dell’organismo.
Per questo propone un’integrazione bottom-up e top-down.
Da una parte lavoriamo direttamente sul corpo e sul comportamento: sonno, movimento, alimentazione, tecniche corporee.
Dall’altra lavoriamo sul significato: perché questa persona non riesce a cambiare? Che cosa mantiene quel comportamento? Da dove proviene? Quale funzione svolge?
La domanda non è soltanto:
«Perché continui a fumare se sai che ti fa male?»
La domanda diventa:
«Perché hai bisogno di fumare?»
Questo cambia completamente l’approccio terapeutico.
Lo stesso vale per il sintomo. Non basta dire al paziente di smettere di avere un determinato comportamento. Bisogna comprendere quale funzione svolge nella sua vita.
Anche gli psicofarmaci possono avere un ruolo, soprattutto nelle situazioni più gravi, ma Marín li considera uno strumento e non la soluzione definitiva.
Gli psicofarmaci sono un mezzo, non un fine.
La stessa cosa vale per le tecniche psicoterapeutiche. EMDR, Gestalt, terapia cognitivo-comportamentale, terapia breve, approcci corporei e altre tecniche possono essere utili. Ma la tecnica da sola non è ciò che determina la guarigione.
Ciò che conta è soprattutto la qualità della relazione terapeutica.
Il terapeuta deve diventare una base sicura.
E questo riporta al principio che attraversa tutta la serie:
ciò che si è rotto nella relazione può essere riparato nella relazione.
Alla fine, quindi, la psicoterapia del trauma non consiste nel cancellare la storia della persona. Consiste nel permetterle di avere finalmente una storia che possa essere raccontata, compresa e integrata.
La ferita non viene negata.
Diventa una cicatrice.
E una cicatrice non è una ferita aperta: è qualcosa che appartiene alla storia della persona, ma che non deve più continuare a determinare tutta la sua vita.