—Yogash chitta vritti nirodhah — Lo yoga è l’arresto delle modificazioni della mente.—
Dai fondamenti filosofici di Patañjali ai manuali dello Haṭha Yoga
Lo yoga, oggi, è spesso identificato con una pratica fisica fatta di posture (āsana), esercizi respiratori e rilassamento.
Tuttavia, questa rappresentazione è relativamente recente e riflette solo una parte di una tradizione che si è sviluppata nell’arco di oltre duemila anni.
I testi classici dello yoga descrivono un percorso molto più ampio, che coinvolge filosofia, psicologia, etica, meditazione, disciplina del corpo e della mente, fino alla ricerca della liberazione (mokṣa o kaivalya). Per comprenderli non basta leggerne una traduzione: è necessario collocarli nel loro contesto storico, conoscere il significato tecnico dei termini sanscriti e confrontarsi con i commentari che, nella tradizione indiana, sono considerati parte integrante dell’opera.
Un errore comune è affrontare direttamente testi avanzati come la Haṭha Yoga Pradīpikā o la Śiva Saṁhitā senza aver acquisito prima le basi teoriche.
Ciò porta spesso a interpretazioni superficiali o fuorvianti, soprattutto riguardo a concetti come kuṇḍalinī, nāḍī, mudrā e samādhi.
Per questo motivo, uno dei percorsi di studio più coerenti segue il seguente ordine:
- Yoga Sūtra di Patañjali
- Bhagavad Gītā
- Haṭha Yoga Pradīpikā
- Gheraṇḍa Saṁhitā
- Śiva Saṁhitā
Questa sequenza accompagna lo studioso dai fondamenti teorici della mente fino ai metodi pratici dello Haṭha Yoga, evitando di separare la pratica dalla filosofia.
Gli Yoga Sūtra di Patañjali:
il fondamento dello yoga classico
Tra tutti i testi yogici, gli Yoga Sūtra occupano una posizione unica.
Composti probabilmente tra il II secolo a.C. e il IV secolo d.C., raccolgono in circa 195 aforismi (sūtra) una sintesi estremamente concisa della dottrina dello yoga.
Ogni sūtra è composto da poche parole; senza un commentario, molti risultano praticamente incomprensibili.
L’opera è suddivisa in quattro libri:
- Samādhi Pāda
- Sādhana Pāda
- Vibhūti Pāda
- Kaivalya Pāda
La definizione più celebre dello yoga compare già nel secondo sūtra:
Yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ
Generalmente tradotto come:
Lo yoga è la cessazione delle modificazioni della mente.
Citta non indica semplicemente la mente, ma l’intero apparato psichico.
Questa frase è spesso interpretata in modo semplicistico.
In realtà ogni termine possiede una ricca stratificazione concettuale.
Vṛtti sono le fluttuazioni, le attività cognitive, le percezioni, i ricordi e le costruzioni mentali.
Nirodha non significa annientamento bensì sospensione, controllo o pacificazione.
L’intero testo ruota attorno a questa definizione.
Mentre le modificazioni descrivono la struttura del pensiero e le fluttuazioni il loro movimento caotico, i turbamenti evidenziano l’effetto doloroso di questo meccanismo sulla nostra serenità.
Lo yoga mira a calmare tutti e tre i livelli.
Le Otto Membra (Aṣṭāṅga Yoga)
Il contributo più famoso di Patañjali è la descrizione dell’Aṣṭāṅga Yoga:
- Yama
- Niyama
- Āsana
- Prāṇāyāma
- Pratyāhāra
- Dhāraṇā
- Dhyāna
- Samādhi
È importante osservare che l’āsana rappresenta soltanto uno degli otto elementi del percorso.
Nel testo di Patañjali le posture occupano appena pochi sūtra, mentre grande spazio è dedicato alla meditazione e alla conoscenza della mente.
I commentari indispensabili
Vyāsa
È il commentatore classico.
Senza Vyāsa, molti sūtra resterebbero oscuri.
Il suo commentario costituisce praticamente la tradizione ufficiale dello Yoga classico.
Swami Hariharananda Aranya
Probabilmente il miglior commento moderno.
Analizza ogni sūtra con rigore filosofico, collegandolo al Sāṃkhya.
È consigliato a chi desidera comprendere realmente il pensiero di Patañjali.
Edwin Bryant
È uno dei migliori studiosi contemporanei.
Il suo libro integra:
- testo sanscrito
- traduzione
- commenti tradizionali
- confronto con la ricerca accademica
È ideale per uno studio universitario.
La Bhagavad Gītā
Se gli Yoga Sūtra spiegano come funziona la mente, la Bhagavad Gītā insegna come vivere.
La Gītā è inserita nel Mahābhārata e racconta il dialogo tra Arjuna e Kṛṣṇa sul campo di battaglia di Kurukṣetra.
La guerra diventa metafora del conflitto interiore.
L’opera affronta una domanda universale:
Come agire senza essere schiavi dell’azione?
I grandi percorsi dello yoga
La Bhagavad Gītā presenta tre grandi vie.
Karma Yoga
Agire senza attaccamento ai risultati.
Bhakti Yoga
La devozione come via di trasformazione.
Jñāna Yoga
La conoscenza come mezzo di liberazione.
Queste tre vie non sono alternative, ma complementari.
Perché leggerla dopo Patañjali?
Perché Patañjali descrive soprattutto la struttura della coscienza.
La Gītā mostra invece come quella comprensione possa essere vissuta nella vita quotidiana.
La Haṭha Yoga Pradīpikā
Se Patañjali insegna la disciplina della mente, la Haṭha Yoga Pradīpikā insegna la disciplina del corpo energetico.
Scritta nel XV secolo da Svātmārāma, rappresenta il testo fondamentale dello Haṭha Yoga.
Contrariamente a quanto si pensa, non parla principalmente di ginnastica.
Le posture occupano soltanto una parte dell’opera.
Gran parte del testo riguarda:
- prāṇa
- nāḍī
- mudrā
- bandha
- kuṇḍalinī
- samādhi
Struttura
- Āsana
- Prāṇāyāma
- Mudrā
- Samādhi
Il vero obiettivo dello Haṭha Yoga è preparare il praticante al Rāja Yoga.
La Gheraṇḍa Saṁhitā
Questo testo propone un sistema differente.
Non parla di otto membra, ma di sette.
L’approccio è estremamente pratico.
Le sette discipline sono:
- Ṣaṭkarma
- Āsana
- Mudrā
- Pratyāhāra
- Prāṇāyāma
- Dhyāna
- Samādhi
Le descrizioni delle tecniche sono molto più dettagliate rispetto a Patañjali.
La Śiva Saṁhitā
È probabilmente il testo più complesso del percorso.
Integra:
- Yoga
- Tantra
- Advaita
- fisiologia sottile
Qui si parla approfonditamente di:
- kuṇḍalinī
- nāḍī
- cakra
- meditazione
- liberazione
Molti passi sono volutamente simbolici.
Per questo motivo è sconsigliabile leggerla come primo testo.
Le migliori traduzioni
James Mallinson
oppure
Rai Bahadur Srisa Chandra Vasu
restano ancora oggi i riferimenti principali.
Perché i commentari sono indispensabili
Nella cultura occidentale siamo abituati a leggere direttamente il testo originale.
Nella tradizione indiana funziona diversamente.
Il testo è considerato inseparabile dal commentario.
Molti termini sanscriti possiedono significati tecnici impossibili da rendere con una sola parola italiana.
Ad esempio:
Dharma
non significa semplicemente “dovere”.
Può indicare:
- legge cosmica
- natura propria
- etica
- funzione
- ordine universale
Lo stesso vale per:
- Yoga
- Samādhi
- Citta
- Prāṇa
- Guṇa
- Ātman
Senza commentario si rischia inevitabilmente di semplificare.
I cinque testi esaminati non sono opere isolate, ma parti di una tradizione che si sviluppa nel corso dei secoli.
Gli Yoga Sūtra forniscono il quadro filosofico e psicologico dello yoga classico; la Bhagavad Gītā integra quella visione nella vita etica e spirituale, mostrando come l’azione, la devozione e la conoscenza possano diventare vie di liberazione.
Con la Haṭha Yoga Pradīpikā, la Gheraṇḍa Saṁhitā e la Śiva Saṁhitā l’attenzione si sposta progressivamente sulle tecniche corporee, energetiche e meditative, senza mai perdere di vista l’obiettivo finale: la realizzazione della coscienza e la libertà interiore.
Studiare questi testi significa entrare in dialogo con una tradizione millenaria. Richiede tempo, pazienza e un approccio critico, capace di distinguere tra il significato originario delle fonti e le interpretazioni moderne. In questo senso, i commentari non sono un semplice supporto, ma il ponte che collega gli aforismi essenziali e il linguaggio simbolico dei testi alla loro comprensione autentica.
Affrontati nell’ordine proposto e accompagnati dai migliori commentatori tradizionali e contemporanei, questi cinque classici costituiscono un percorso di formazione completo. Non solo permettono di comprendere lo yoga nella sua forma storica e filosofica, ma offrono anche gli strumenti per una pratica consapevole, evitando il rischio di ridurre una disciplina complessa e profonda a un insieme di esercizi fisici. Sono, ancora oggi, una delle vie più solide per avvicinarsi allo yoga come autentica scienza della mente, del corpo e della liberazione.
La filosofia dello yoga è la tradizione testuale e concettuale che sta alla base della pratica fisica.
Essa è stata codificata principalmente negli Yoga Sutra di Patanjali (196 aforismi suddivisi in 4 capitoli, composti approssimativamente tra il 200 a.C. e il 200 d.C.), nella Bhagavad Gita, nell’Hatha Yoga Pradipika e nelle Upanishad. All’interno del sistema a otto stadi (ashtanga), l’asana occupa il quarto posto: tre stadi lo precedono e quattro lo seguono.
- Testo chiave: Gli Yoga Sutra di Patanjali – il punto di partenza ideale (196 sutra, circa 80 pagine con commento).
- Gli otto stadi (o membra): Yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana, samadhi.
Cos’è la Filosofia dello Yoga?
La maggior parte degli studenti internazionali si avvicina allo yoga attraverso gli asana, ovvero le posture fisiche. Frequentano una lezione, si sentono bene, continuano a praticare e, a un certo punto, un insegnante nomina Patanjali. Cercando quel nome, scoprono che le posizioni che tutti praticano sono solo uno degli otto stadi di un sistema molto più ampio. Un sistema codificato duemila anni fa che non si rivolge al corpo, ma alla mente.
È in questo preciso momento che lo yoga diventa davvero affascinante.
La filosofia dello yoga è la tradizione concettuale e testuale che sostiene la pratica. Considera l’essere umano come un sistema stratificato — corpo, respiro, mente, intelletto, spirito — e propone un metodo per attraversare questi strati verso ciò che Patanjali chiama kaivalya, spesso tradotto come liberazione o libertà. La pratica delle posizioni che riempie i moderni studi di yoga occidentali è solo una componente di questo sistema più ampio, e storicamente una delle più recenti.
L’intuizione chiave, ripetuta in ogni testo classico, è che l’obiettivo dello yoga non è la flessibilità, la forza o il sollievo dallo stress. Quelli sono solo effetti collaterali. L’obiettivo dello yoga è calmare le fluttuazioni della mente. Come afferma Patanjali nel secondo sutra degli Yoga Sutra:
Yogash chitta vritti nirodhah — Lo yoga è l’arresto delle modificazioni della mente.
I Quattro Testi Fondamentali
Gli Yoga Sutra di Patanjali
È in assoluto il testo più importante dello yoga. Composto in sanscrito all’incirca tra il 200 a.C. e il 200 d.C. da Patanjali (la cui identità storica è dibattuta ma irrilevante ai fini del testo), l’opera comprende 196 brevi aforismi (sutra) organizzati in quattro capitoli (pada):
- Samadhi Pada (51 sutra): le fondamenta filosofiche — cos’è lo yoga, cos’è la mente e cosa diventa la coscienza quando si placa.
- Sadhana Pada (55 sutra): la metodologia pratica — i cinque klesha (afflizioni), gli otto stadi e le osservanze etiche.
- Vibhuti Pada (56 sutra): i poteri psichici (siddhi) che emergono come effetti collaterali della pratica avanzata (e il monito di Patanjali a non cercarli).
- Kaivalya Pada (34 sutra): la liberazione — l’obiettivo finale dello yoga e le implicazioni filosofiche della coscienza libera dai contenuti mentali.
Traduzioni consigliate: L’edizione con commento di Edwin Bryant (la traduzione in inglese più rigorosa e accademica) o, per un approccio più devozionale, la celebre edizione di Swami Satchidananda. In italiano sono ottime le traduzioni storiche edite da Adelphi o i commenti di eminenti studiosi. Evita le interpretazioni “New Age” che parafrasano i sutra in chiave self-help, poiché tendono a privare il pensiero di Patanjali della sua precisione millenaria.
La Bhagavad Gita
Un poema filosofico di 700 versi inserito all’interno del grande epico Mahabharata, composto approssimativamente tra il 400 a.C. e il 200 d.C. La Gita è strutturata come un dialogo tra Arjuna, un guerriero in crisi prima della battaglia, e Krishna, il suo auriga (nonché avatar del divino), su come agire eticamente quando il proprio dovere contrasta con il desiderio di ritirarsi dal mondo.
Il grande contributo della Gita alla filosofia dello yoga è la definizione di tre percorsi distinti (yoga), adatti a diversi temperamenti:
- Karma Yoga: la via dell’azione disinteressata, senza attaccamento ai risultati; ideale per chi vive attivamente nel mondo.
- Jnana Yoga: la via della conoscenza e dell’indagine interiore, adatta a temperamenti filosofici o contemplativi.
- Bhakti Yoga: la via della devozione, perfetta per chi si esprime attraverso l’amore e l’abbandono fiducioso al divino.
La maggior parte delle pratiche moderne basate sugli asana è implicitamente una forma di Raja Yoga (lo yoga a otto stadi di Patanjali) integrata con elementi di Karma Yoga (la disciplina dell’azione quotidiana). Per iniziare, la traduzione e il commento di Eknath Easwaran è una delle più accessibili.
L’Hatha Yoga Pradipika
Un manuale del XV secolo composto da Swami Svatmarama, che codifica le pratiche fisiche alla base del moderno Hatha Yoga. La Pradipika è molto più pratica e prescrittiva rispetto ai Sutra o alla Gita: descrive infatti asana specifici, tecniche di pranayama, i bandha (sigilli energetici) e i shatkarma (pratiche di purificazione), spiegandone gli effetti fisici ed energetici.
Per chi pratica seriamente il pranayama, questo è il testo di riferimento. La maggior parte di ciò che si insegna oggi nei corsi di formazione deriva dal lignaggio della Pradipika, filtrato attraverso i grandi maestri del XX secolo come Krishnamacharya, Pattabhi Jois e Swami Sivananda.
Le Upanishad Principali
Rappresentano la letteratura filosofica indiana più antica, composta tra l’800 e il 200 a.C. Le Upanishad sono dialoghi tra maestri e discepoli che esplorano la natura dell’Atman (il Sé) e del Brahman (l’Assoluto), e la relazione tra i due. Precedono Patanjali e la Gita, costituendo la roccia filosofica su cui questi testi successivi si sono sviluppati.
Non è necessario leggere tutte le 108 Upanishad per affrontare un corso da 200 ore. Cinque sono più che sufficienti: Isha, Kena, Katha, Mundaka e Brihadaranyaka. La maggior parte delle scuole le assegna come letture complementari. La traduzione di Eknath (The Upanishads) resta un ottimo punto di riferimento globale.
I Otto Stadi dello Yoga (Ashtanga)
Il modello più celebre della filosofia dello yoga è il sistema a otto stadi di Patanjali, chiamato ashtanga (da ashta “otto” e anga “membro” o “stadio” — da non confondere con lo stile dinamico Ashtanga Vinyasa fondato da Pattabhi Jois). Ogni stadio rappresenta una categoria di pratica e insieme formano un percorso progressivo:
- Yama: cinque osservanze etiche verso il mondo esterno: ahimsa (non-violenza), satya (veridicità), asteya (non rubare), brahmacharya (moderazione dell’energia), aparigraha (non-possessività).
- Niyama: (cinque osservanze verso se stessi): shaucha (purezza), santosha (contentezza), tapas (autodisciplina/ardore), svadhyaya (studio di sé e dei testi), ishvara pranidhana (abbandono al divino).
- Asana: la pratica posturale. Nei Sutra, questo termine significa semplicemente “una seduta stabile e confortevole” per la meditazione. L’evoluzione nelle oltre 200 posizioni codificate è avvenuta secoli dopo con la tradizione dell’Hatha Yoga.
- Pranayama: la regolazione e l’espansione del respiro (energia vitale).
- Pratyahara: il ritiro dei sensi verso l’interno. È lo stadio-ponte, il momento in cui la pratica esteriore si trasforma in interiore.
- Dharana: la concentrazione. L’attenzione focalizzata e mantenuta su un unico oggetto.
- Dhyana: la meditazione. La concentrazione che matura in un flusso ininterrotto di consapevolezza.
- Samadhi: l’assorbimento meditativo. Lo stato in cui il meditatore, l’oggetto della meditazione e l’atto stesso di meditare diventano una cosa sola.
L’ordine non è casuale. Patanjali inserisce i yama e i niyama all’inizio perché una base etica è un prerequisito fondamentale: una pratica senza radici etiche è instabile.
Gli asana e il pranayama occupano il terzo e quarto posto perché il corpo e il respiro devono essere stabili prima di poter lavorare con la mente.
Gli ultimi quattro stadi (pratyahara, dharana, dhyana e samadhi) costituiscono la pratica interna — ciò che oggi definiamo genericamente “meditazione”.
Oltre agli otto stadi, vi sono alcuni concetti ricorrenti che ogni studente di un corso da 200 ore dovrebbe saper definire con precisione entro la fine del percorso:
Prana
La forza vitale o energia sottile. L’anatomia yogica descrive il prana come un flusso che scorre attraverso canali energetici (nadi) e si concentra in centri specifici (chakra). Nelle interpretazioni moderne, il prana viene spesso associato al sistema nervoso autonomo o al respiro stesso, sebbene la visione classica lo consideri una categoria metafisica ben più profonda.
I Cinque Klesha (Le Afflizioni)
Nel Sutra 2.3, Patanjali elenca le cinque cause principali della sofferenza umana:
- Avidya: l’ignoranza spirituale, nello specifico lo scambiare ciò che è transitorio per permanente.
- Asmita: l’egoismo, ovvero identificare la coscienza pura con lo strumento della percezione (la mente/il corpo).
- Raga: l’attaccamento al piacere.
- Dvesha: l’avversione al dolore.
- Abhinivesha: la paura della morte, l’attaccamento cieco alla vita.
Questi cinque elementi alimentano gli schemi mentali che la pratica dello yoga mira a smantellare.
Samskara
Le impressioni mentali. Ogni azione, pensiero o percezione lascia un residuo nella mente che condiziona i nostri schemi futuri. La pratica dello yoga serve, in parte, a indebolire i samskara disfunzionali e a rinforzare quelli benefici. Ecco perché una pratica quotidiana e costante conta più di un’intensità intermittente: la creazione dei samskara è legata alla ripetizione.
Dharma e Karma
- Dharma: l’azione retta, appropriata alla propria natura e alle circostanze. Non si tratta di un codice morale universale, ma di un orientamento etico contestuale.
- Karma: l’azione e la sua conseguenza. I due termini sono legati: un’azione dharmica produce schemi karmici benefici; un’azione adharmica genera nodi problematici. La Bhagavad Gita è fondamentalmente un trattato su come agire secondo il proprio dharma in situazioni moralmente complesse.
Purusha e Prakriti
Concetti derivati dalla filosofia Samkhya (la scuola di pensiero a cui Patanjali attinge maggiormente) che spiegano la natura duale della realtà:
- Purusha: la coscienza pura, il testimone immutabile.
- Prakriti: tutto il resto — la materia, la mente, le emozioni, l’intelletto.
Il fine dello yoga è disidentificare il purusha dalla prakriti — riconoscere, cioè, che la coscienza non coincide con il contenuto dell’esperienza, ma è lo spazio di consapevolezza in cui l’esperienza stessa si manifesta.
- Gli Yoga Sutra di Patanjali (Edizione commentata). Leggi almeno il Pada I (51 sutra, circa 80 pagine). Prendi appunti.
- La Bhagavad Gita. Leggi i capitoli 2, 3, 6 e 12.
- Teoria e Pratica dello Yoga (Light on Yoga) di B.K.S. Iyengar: leggi le sezioni introduttive (per ora tralascia le schede fotografiche delle posizioni). L’introduzione di Iyengar è una delle sintesi più limpide e brillanti della filosofia dello yoga disponibili.
- (Opzionale) Il Cuore dello Yoga di T.K.V. Desikachar: utilissimo per capire come integrare la filosofia nella vita e nell’insegnamento contemporaneo.
Arrivare con queste letture alle spalle ti permetterà di assimilare la filosofia in modo molto più profondo: costruirai le tue competenze su una struttura già esistente invece di partire da zero.
Falsi Miti Comuni
Nel mondo dello yoga occidentale si creano spesso diversi malintesi che vale la pena chiarire:
- Lo yoga non è una religione. È un sistema filosofico e pratico nato all’interno e accanto alle tradizioni induista, buddhista e giainista, ma non è teologico nel senso delle religioni monoteiste occidentali. Patanjali menziona ishvara (un principio divino o coscienza suprema) ma lascia volutamente aperta la sua interpretazione metafisica. Praticanti di ogni fede (o non credenti) seguono la disciplina dello yoga da secoli.
- L’Ashtanga di Patanjali non è lo stile “Ashtanga Vinyasa”. L’ashtanga di Patanjali è il sistema filosofico in otto stadi. L’Ashtanga Vinyasa Yoga è uno specifico sistema di asana dinamico nato nel XX secolo a Mysore con Pattabhi Jois. Entrambi sono legittimi, ma sono due cose completamente diverse.
- L’asana è solo uno stadio, non l’intera pratica. Il cambiamento culturale del XX secolo ha centralizzato l’asana perché è l’elemento più visibile e fotogenico. La filosofia classica lo considera solo preparatorio — una sedia comoda per meditare — e non la destinazione finale.
- I termini sanscriti non sono perfettamente sovrapponibili all’italiano. “Pranayama” non è semplicemente fare esercizi di respirazione. “Asana” non è stretching. “Dhyana” non è la meditazione intesa in senso occidentale. I termini sanscriti portano con sé significati tecnici precisi che le traduzioni occidentali spesso banalizzano. Le scuole più serie insistono nell’usare la terminologia sanscrita proprio per preservarne l’accuratezza.
Perché Tutto Questo è Fondamentale?
Il motivo per cui i corsi di formazione a Rishikesh, Mysore e in altri importanti centri indiani mantengono una solida base filosofica — nonostante il mercato internazionale richiederebbe volentieri una certificazione puramente orientata al fitness — risiede in un dettaglio cruciale: la filosofia è ciò che distingue un insegnante di yoga da un istruttore di fitness che insegna posizioni di yoga.
Un insegnante che ha studiato i Sutra comprende la sequenza logica degli otto stadi; sa perché il pranayama precede la meditazione e perché l’etica viene prima del movimento corporeo. Questa consapevolezza trasforma radicalmente il modo di strutturare una classe, di guidare una posizione e di accogliere uno studente che arriva sul tappetino con ansia o un dolore emotivo.
La filosofia non è un optional. È la parte dello yoga destinata a sopravvivere nei prossimi millenni.
Se la pratica fisica degli asana è cambiata profondamente ogni cinquant’anni, gli Yoga Sutra sono rimasti identici da due millenni. Sono ancora lì, intatti, in attesa del praticante pronto a comprenderli.
Inizia dal secondo sutra: yogash chitta vritti nirodhah. Custodiscilo dentro di te per una settimana. Lascia che diventi una domanda aperta, piuttosto che una semplice definizione. Il resto del cammino si svelerà da sé.
**** www.deepyoga.io
I tre testi classici sullo Hatha Yoga
Hatha Yoga Pradipika
Lo Hatha Yoga Pradipika è un manuale classico sullo Hatha Yoga. Fu scritto in sanscrito nel XV secolo da Swami Swatmarama, un discepolo di Swami Goraknath, ed è considerato il più antico testo giunto a noi sullo Hatha Yoga. Esso contiene sia le istruzioni sulla pratica delle posizioni (Asana), sugli esercizi di respirazione (Pranayama) e sulle tecniche di purificazione (Kriya), sia una descrizione delle differenti energie del corpo.
Gheranda Samhita
Il Gheranda Samhita, nome in sanscrito per ‘compendio di Gheranda’, fu scritto nel XVII secolo ed è uno dei tre testi classici sullo Hatha Yoga. Questo esauriente lavoro parla in modo particolare degli Shat Kriya, le pratiche di purificazione degli organi interni, o Ghatastha Yoga .
Siva Samhita
Siva Samhita, significa ‘compendio di Siva’. Questo testo, il cui l’autore è sconosciuto, è scritto in forma di dialogo fra il dio indù Siva e la sua consorte Parvati ed è considerato il testo più completo sullo Hatha Yoga (posizioni).
Tra le altre cose, affronta le diverse correnti filosofiche, le asana, la meditazione, le energie del corpo, l’importanza del guru, i quattro sentieri dello yoga e i vari metodi per raggiungere la liberazione e come superare gli ostacoli per ottenerla.
****https://www.sivananda.eu
_ filmografia _
- The Holy Science (Sri Yukteswar) – Audiolibro completo
- ⏱️ 2h 39m
- Sebbene non sia uno dei testi classici antichi, è un’opera fondamentale nella tradizione del Kriya Yoga.
- Guru Purnima with Sadhguru – Discorsi sullo yoga e la tradizione
- ⏱️ 2h 15m
- Ampia trattazione della tradizione yogica e del ruolo del guru.
- YTT – Lezione sugli Yoga Sutra di Patanjali: Ashtanga Yoga nel Sadhana Pada
- Canale: Kriya Yoga Ashram Milano
- Lezione universitaria/formazione insegnanti dedicata agli Yoga Sutra.
- YTT – Yoga Sutra di Patanjali: Vibhuti Pada
- Canale: Kriya Yoga Ashram Milano
- Approfondimento sul terzo capitolo degli Yoga Sutra.
- Yoga Sutra di Patanjali → è quello che offre il maggior numero di corsi completi e lezioni lunghe su YouTube.
- Bhagavad Gītā → si trovano audiolibri completi di circa 3–4 ore e corsi capitolo per capitolo.
- Haṭha Yoga Pradīpikā → sono disponibili corsi e commentari, ma spesso divisi in playlist anziché in un unico video molto lungo.
- Gheraṇḍa Saṁhitā e Śiva Saṁhitā → reperibili soprattutto come serie di lezioni o playlist.
… Samādhipāda
[Musica]
Ora vengono presentati gli insegnamenti dello yoga.
Lo yoga è la cessazione delle continue modificazioni della mente.
Quando ciò viene realizzato, il Veggente dimora nella propria vera natura.
Altrimenti, il Veggente si identifica con le modificazioni della mente.
Esistono cinque tipi di modificazioni della mente, che possono essere favorevoli o sfavorevoli alla pratica dello yoga.
Queste cinque vṛtti sono:
- conoscenza corretta,
- errore,
- immaginazione,
- sonno,
- memoria.
La conoscenza corretta consiste nella percezione sensoriale, nella logica e nella testimonianza autorevole.
(01:02)
L’errore è una falsa conoscenza derivante da una percezione scorretta della realtà.
L’immaginazione consiste nell’uso di parole prive di un oggetto reale.
Il sonno profondo è quello stato mentale basato sull’assenza di qualsiasi contenuto.
La memoria è la conservazione delle impressioni degli oggetti percepiti dai sensi.
Le modificazioni della mente vengono placate mediante la pratica e il distacco.
Fra questi, la pratica è lo sforzo di mantenere la mente stabile nella concentrazione.
La pratica diventa saldamente stabilita quando viene coltivata in modo continuo,
….