Dalla teoria del distacco ai legami che continuano
Per gran parte del Novecento la psicologia ha sostenuto un’idea molto precisa del lutto: per guarire era necessario “lasciare andare” la persona scomparsa.
Secondo questo modello, elaborare il lutto significava progressivamente sciogliere il legame affettivo con il defunto, investire nuove energie nella vita e costruire nuove relazioni. L’attaccamento veniva considerato una fase da superare. Continuare a sentire una presenza, parlare interiormente con la persona amata o conservarne un posto significativo nella propria esistenza era spesso interpretato come un segno di elaborazione incompleta.
Negli ultimi trent’anni questa visione è stata profondamente rivista.
Uno dei cambiamenti più importanti nella psicologia del lutto nasce dal lavoro di Dennis Klass, Phyllis Silverman e Steven Nickman, autori del volume Continuing Bonds: New Understandings of Grief (1996), oggi considerato una pietra miliare della moderna tanatologia.
La loro intuizione è semplice, ma rivoluzionaria.
Forse il compito del lutto non è interrompere il legame.
Forse il compito del lutto è trasformarlo.
Una rivoluzione silenziosa
Il modello tradizionale partiva da un presupposto comprensibile.
La morte interrompe una relazione.
Di conseguenza anche il legame dovrebbe cessare.
Ma l’esperienza clinica raccontava altro.
Molte persone che avevano elaborato in modo sano il proprio lutto continuavano:
- a pensare quotidianamente alla persona amata;
- a chiederle mentalmente consiglio;
- a sentirne la presenza nei momenti importanti;
- a vivere secondo valori condivisi con lei.
Queste persone non erano bloccate nel passato.
Lavoravano.
Amavano.
Costruivano nuove relazioni.
Eppure il legame non era scomparso.
Era cambiato.
Da questa osservazione nasce il concetto di Continuing Bonds, letteralmente “legami che continuano”.
Il legame cambia forma
Il punto centrale della teoria è che la morte modifica la modalità della relazione, ma non necessariamente la relazione stessa.
Esiste una differenza fondamentale tra presenza fisica e presenza psicologica.
Una persona può non essere più accanto a noi, ma continuare a vivere:
- nella memoria;
- nei valori trasmessi;
- nelle decisioni quotidiane;
- nel modo in cui osserviamo il mondo.
Questo non rappresenta una negazione della realtà.
Al contrario.
È uno dei modi attraverso cui la mente integra la perdita nella propria storia.
La psicologia contemporanea
Le ricerche successive hanno confermato che mantenere un legame interiore con la persona scomparsa è spesso perfettamente compatibile con una vita piena e funzionale.
Gli studi di Klass, Silverman e Nickman hanno trovato conferma in numerosi lavori successivi.
Anche autori come Robert Neimeyer hanno mostrato come il lutto sia soprattutto un processo di ricostruzione del significato (meaning reconstruction).
Non si tratta semplicemente di superare il dolore.
Si tratta di trovare un nuovo equilibrio nel quale la persona amata continua ad avere un posto nella nostra identità.
Il cervello non cancella i legami
Le neuroscienze aiutano a comprendere perché questo accada.
I legami affettivi profondi modificano stabilmente il cervello.
Anni di esperienze condivise costruiscono reti neurali, ricordi autobiografici, abitudini relazionali e modalità di regolazione emotiva.
Quando una persona muore, il cervello non può semplicemente “cancellare” tutto questo.
Per un certo periodo continua persino ad aspettarsi quella presenza.
È uno dei motivi per cui molte persone riferiscono di avere l’impressione di vedere il partner in mezzo alla folla, di preparare inconsapevolmente due tazze di caffè o di pensare automaticamente a raccontargli qualcosa.
Questi fenomeni non indicano necessariamente una patologia.
Sono il modo in cui il cervello si adatta a una nuova realtà.
Il contributo della teoria dell’attaccamento
John Bowlby aveva già intuito che l’attaccamento costituisce un bisogno biologico fondamentale.
Le persone che amiamo diventano parte del nostro sistema di sicurezza.
Quando vengono a mancare, non perdiamo soltanto una relazione.
Perdiamo anche uno dei punti di riferimento attraverso cui regolavamo emozioni, paure e speranze.
La teoria dei Continuing Bonds amplia questa prospettiva.
Il legame continua a svolgere una funzione regolativa anche dopo la morte, sebbene in modo diverso.
Oriente e Occidente
È interessante osservare come questa prospettiva presenti sorprendenti analogie con molte tradizioni orientali.
Nella cultura giapponese il rapporto con gli antenati non viene generalmente vissuto come un ostacolo all’elaborazione del lutto.
Attraverso il butsudan (l’altare domestico buddhista), le visite alle tombe durante l’Obon, le offerte quotidiane e il ricordo, il defunto continua a far parte della vita familiare.
Anche in Cina il culto degli antenati rappresenta da millenni una forma naturale di continuità del legame.
La persona non viene dimenticata.
Continua ad appartenere alla famiglia.
La medicina orientale, pur non affrontando direttamente il tema del lutto con le categorie della psicologia moderna, considera l’essere umano come profondamente inserito in una rete di relazioni.
Il concetto confuciano di continuità familiare, la pietà filiale (xiao 孝), il rispetto degli antenati e la memoria dei maestri suggeriscono una visione nella quale il passato non viene eliminato ma integrato.
In questo senso Oriente e Occidente sembrano incontrarsi.
Quando il legame diventa un problema
Naturalmente non tutti i Continuing Bonds sono salutari.
Se il rapporto con la persona scomparsa impedisce di vivere il presente, se ogni energia rimane congelata nel passato o se la vita si arresta completamente, il dolore può trasformarsi in un lutto complicato.
La differenza non consiste nell’esistenza del legame.
Consiste nella sua funzione.
Un legame sano permette di continuare a vivere.
Un legame patologico impedisce di farlo.
Una nuova idea di guarigione
Forse la guarigione non consiste nel dimenticare.
Forse consiste nel trovare una forma nuova della relazione.
Molte persone continuano a prendere decisioni pensando a ciò che avrebbe detto un genitore scomparso.
Altri insegnano ai figli valori ricevuti da chi non c’è più.
Altri ancora sentono di portare avanti un’eredità morale o professionale.
La relazione continua.
Non nello stesso modo.
In una forma diversa.
Una riflessione personale
Come terapeuta mi sono spesso chiesto se la medicina non corra il rischio di osservare soprattutto ciò che manca.
Quando un paziente racconta una perdita, è naturale concentrarsi sul vuoto, sul dolore, sull’assenza.
La teoria dei Continuing Bonds invita invece a porre anche un’altra domanda.
Che cosa continua a vivere di quella relazione?
Questa prospettiva non riduce il dolore.
Non pretende di cancellarlo.
Ma riconosce che l’amore non segue necessariamente la stessa logica della presenza fisica.
Una relazione autentica modifica il modo in cui pensiamo, curiamo, insegniamo e viviamo.
Per questo motivo alcune persone continuano ad accompagnarci anche quando non possiamo più camminare accanto a loro.
Non perché il passato abbia imprigionato il presente.
Ma perché ogni relazione importante lascia una traccia nella nostra identità.
Forse il compito del lutto non è spezzare quella traccia.
È imparare a portarla con sé senza che impedisca di continuare il viaggio.
Bibliografia essenziale
- Bowlby J. Attachment and Loss (3 volumi).
- Klass D., Silverman P.R., Nickman S. Continuing Bonds: New Understandings of Grief. Taylor & Francis, 1996.
- Neimeyer R.A. Meaning Reconstruction and the Experience of Loss.
- Stroebe M., Schut H. The Dual Process Model of Coping with Bereavement.
- Worden J.W. Grief Counseling and Grief Therapy.
- Bonanno G.A. The Other Side of Sadness.