Ispirato al volume di Katja Triplett, Buddhism and Medicine in Japan: A Topical Survey (500–1600 CE) of a Complex Relationship.
Quando si parla di medicina giapponese si pensa spesso all’agopuntura, alla moxibustione, allo shiatsu o alla fitoterapia. Tuttavia, per comprendere davvero le origini di queste discipline è necessario guardare oltre le tecniche e immergersi nel contesto culturale che le ha generate.
Uno dei libri più interessanti pubblicati negli ultimi anni su questo argomento è “Buddhism and Medicine in Japan” della storica delle religioni Katja Triplett. L’opera analizza il rapporto tra buddhismo e medicina in Giappone tra il VI e il XVI secolo, mostrando come, per quasi mille anni, religione e pratica medica abbiano rappresentato due aspetti inseparabili della stessa visione dell’uomo.
Quando curare era un atto di compassione
Nel Giappone medievale non esisteva la separazione moderna tra medicina, religione e filosofia.
La cura del malato era considerata una delle più alte espressioni della compassione buddhista (karuṇā).
I monasteri non erano soltanto luoghi di meditazione o di studio, ma svolgevano anche funzioni che oggi attribuiremmo a ospedali, farmacie e centri di assistenza sociale.
Molti monaci erano infatti:
- medici;
- farmacisti;
- studiosi di testi medici cinesi;
- assistenti dei malati;
- custodi del sapere terapeutico.
Curare una persona significava alleviare la sofferenza, e alleviare la sofferenza era una pratica spirituale.
Il Buddha come “Grande Medico”
Uno degli aspetti più affascinanti descritti da Triplett riguarda la figura di Yakushi Nyorai, il Buddha della Medicina.
Nel buddhismo la medicina diventa una potente metafora del cammino spirituale.
Come un medico:
- osserva il paziente;
- formula una diagnosi;
- individua la causa della malattia;
- prescrive una terapia.
Così il Buddha:
- riconosce la sofferenza;
- ne individua la causa;
- mostra la possibilità della guarigione;
- indica il sentiero per raggiungerla.
Le Quattro Nobili Verità possono essere lette proprio come un modello clinico:
- riconoscere la malattia;
- comprenderne la causa;
- sapere che è possibile guarire;
- seguire la terapia.
Questa analogia ha influenzato profondamente il modo giapponese di concepire la cura.
I monasteri come centri medici
Tra il periodo Nara e il periodo Heian molti monasteri divennero veri centri sanitari.
Al loro interno si:
- preparavano medicinali;
- conservavano testi di medicina;
- assistevano i malati;
- accoglievano anziani e pellegrini;
- distribuivano rimedi erboristici.
Il sapere medico proveniente dalla Cina veniva copiato, studiato e trasmesso proprio all’interno delle comunità monastiche.
Senza il ruolo svolto dai monasteri buddhisti, gran parte della medicina cinese probabilmente non sarebbe stata conservata né adattata al contesto giapponese.
L’arrivo della medicina cinese
Uno dei temi principali del libro riguarda la trasmissione della medicina cinese in Giappone.
Attraverso la Corea e i rapporti con la dinastia Tang arrivarono:
- la fitoterapia;
- l’agopuntura;
- la moxibustione;
- i classici medici;
- le teorie dello Yin-Yang;
- la teoria dei Cinque Movimenti;
- la concezione dei meridiani.
I monasteri buddhisti divennero i principali centri di traduzione, conservazione e diffusione di questo patrimonio culturale.
La medicina giapponese nacque quindi come un incontro tra conoscenze cinesi e cultura buddhista.
Malattia e karma
Nel pensiero buddhista medievale la malattia non veniva interpretata esclusivamente come un problema biologico.
Essa poteva essere collegata:
- al karma;
- agli stili di vita;
- agli squilibri morali;
- alle condizioni mentali;
- alle circostanze dell’esistenza.
Questo però non significava rifiutare la medicina.
Al contrario.
Triplett mostra chiaramente come la pratica terapeutica fosse considerata perfettamente compatibile con la pratica religiosa.
Pregare e assumere un rimedio non erano alternative.
Erano due aspetti complementari della stessa cura.
Medicina e pratica spirituale
Nel Giappone medievale la guarigione poteva comprendere contemporaneamente:
- preparati erboristici;
- agopuntura;
- moxibustione;
- massaggi;
- alimentazione;
- recitazione dei sutra;
- mantra;
- rituali di purificazione;
- meditazione.
Queste pratiche non erano viste come sistemi separati.
L’obiettivo era ristabilire l’armonia dell’intera persona.
Un modo diverso di vedere il paziente
La lettura del libro mette in evidenza una differenza fondamentale rispetto alla medicina moderna.
Oggi siamo abituati a distinguere:
- corpo;
- mente;
- religione;
- psicologia;
- medicina.
Nel Giappone medievale queste categorie erano molto meno separate.
La salute riguardava contemporaneamente:
- il corpo;
- la mente;
- il comportamento;
- la vita sociale;
- la dimensione spirituale.
Non si curava soltanto una malattia.
Si cercava di alleviare la sofferenza dell’essere umano nella sua totalità.
Cosa possiamo imparare oggi?
Questo libro non insegna tecniche di agopuntura né descrive protocolli terapeutici.
Il suo valore è diverso.
Ci ricorda che le pratiche della medicina tradizionale giapponese sono nate all’interno di una cultura in cui il rapporto umano, la compassione e l’etica della cura erano considerati parte integrante del trattamento.
Per chi studia oggi shiatsu, medicina orientale o tecniche manuali, questa prospettiva rappresenta un invito importante.
Le competenze tecniche sono essenziali, ma non esauriscono il significato della cura.
Ogni trattamento si svolge all’interno di una relazione tra due persone, nella quale attenzione, ascolto, presenza e rispetto costituiscono elementi tanto importanti quanto la manualità.
Il libro di Katja Triplett offre una prospettiva storica preziosa sulla nascita della medicina giapponese. Mostra come, per quasi mille anni, buddhismo e medicina abbiano camminato insieme, contribuendo a formare una cultura della cura in cui conoscenza scientifica, pratica clinica e compassione non erano realtà separate.
Comprendere questa storia significa comprendere meglio anche molte discipline tradizionali ancora praticate oggi. Non per trasformarle in pratiche religiose, ma per ricordare che, nelle loro origini, la cura non era soltanto un insieme di tecniche: era soprattutto un modo di prendersi responsabilmente cura della sofferenza umana.
Riferimento bibliografico
Triplett, K. Buddhism and Medicine in Japan: A Topical Survey (500–1600 CE) of a Complex Relationship. Berlin/Boston: De Gruyter, collana Religion and Society.
Per approfondire: questo volume è particolarmente consigliato a studiosi di storia della medicina, praticanti di shiatsu, agopuntura, medicina tradizionale giapponese e a chiunque desideri comprendere il contesto culturale e filosofico in cui queste discipline si sono sviluppate.
Il Kanpo 漢方 ( 漢 Kan/Han. Dinastia – 方Po/Fang. Metodo. Medicina) è stato praticato insieme a un approccio buddista alla medicina in Giappone per centinaia di anni.
Ci sono alcuni documenti accademici che toccano il buddismo e la medicina, la sua importanza può essere capita con il libro: “Buddhismo e medicina in Giappone” di Katja Triplett.
Il libro di Katja fa riferimento a un insieme di idee e pratiche mediche buddiste in Giappone progettate per curare i corpi fisici di esseri umani e animali con l’obiettivo di fornire un percorso verso la salvezza e sradicare tutti i mali del mondo. Comprende capitoli sul trattamento delle malattie legate alla vista, sulla salute delle donne, sulla materia medica a base vegetale, sui giardini medicinali e sulla medicina equina. Come previsto, si fa riferimento sia agli elementi/fasi buddisti che a quelli cinesi. L’approccio pluralistico di lunga data alla medicina in Giappone, dove Kanpo 漢方 e la guarigione “religiosa” sono stati utilizzati e talvolta combinati.
Il culto devozionale di Yakushi Nyorai (Buddha della Medicina) fu uno dei primi a svilupparsi in Giappone dopo l’ introduzione del buddismo nell’arcipelago giapponese a metà del sesto secolo. Prove concrete del suo culto sul suolo giapponese risalgono alla fine del VII secolo durante il regno dell’imperatore Tenmu.
Originariamente venerato esclusivamente dai sovrani al potere e dalle élite di corte per i propri benefici personali (per curare malattie potenzialmente letali), Yakushi sarebbe poi diventato la divinità centrale nei riti dell’VIII secolo per garantire il benessere dell’intero regno. All’inizio del IX secolo, la divinità era anche chiamata a placare gli spiriti vendicativi che causavano calamità. Durante il periodo Heian (794-1185), il culto di Yakushi si diffuse in tutte le regioni del Giappone, evidenziato da un aumento esplosivo nella produzione di immagini Yakushi nel IX e X secolo. Centinaia di statue esistenti di Yakushi dell’era Heian, un numero estremamente elevato rispetto alle sculture sopravvissute di altre divinità buddiste, attestano la sua importanza in quei giorni. La maggior parte di queste icone Yakushi, afferma lo studioso Yui Suzuki, erano custoditi in grandi templi di stirpe imperiale o aristocratica, ma alcuni furono installati in santuari privati e umili ambienti monastici lontani dalla capitale, suggerendo che il culto Yakushi si fosse già diffuso alle classi inferiori.